JIUJITSUBASSANELLI


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JIU JITSU

Il ju jitsu si sviluppa in Giappone, riportando ai giorni nostri l'immagine e la cultura di antiche arti marziali, tra le quali il kyudo, tiro con l'arco; il kendo, scherma con delle spade di bambù; eccetera. I giapponesi nel determinare una scelta sportiva non hanno tralasciato di mantenere intatto o in parte la componente culturale delle loro tradizioni, come l'ikebana, l'arte delle composizione floreale; chanoyu, cerimonia del te; kyodo la calligrafia considerata il massimo dell'espansione culturale. Il ju jitsu si origina da tutte queste componenti. Correnti religiose dall'India, come dall'estremo oriente cui civiltà sviluppate aleggiavano di grande cultura, come la Cina, furono le basi dello sviluppo culturale dell'antico Giappone. Sicuramente queste esperienze legate a un ceppo genetico diedero origine a un sistema che con il passare di un millennio divenne unico, unendo le lotte popolari alle caratteristiche impresse dalla classe dei cavalieri. La lotta tra due avversari esiste da tempo immemorabile, quale necessità di sopravvivenza. Un vecchio proverbio asiatico dice: "Quando due tigri lottano, una sopravvive, l'altra preferisce morire piuttosto che scappare". L'istinto che assicura la sopravvivenza predomina chiaramente su quello sessuale e della riproduzione.


L’origine in India?

Molti fanno partire la storia del ju jitsu dall'india. L'arte indù kalarìpayat o peyat (regione del Kalari), come i ksha-triyas, regole militari della casta reale, che oggi meglio conosciamo prevedono oltre a una lotta corpo a corpo, tecniche di leve e chiavi articolari, studio dei punti vitali con lesioni temporanee e durature, immobilizzazioni e proiezioni. Lo stesso uso di un area rotonda di pratica e il modo segreto dell'allenamento, al punto che chi ne divulgava la conoscenza rischiava la morte, fanno di tutte queste forze occulte una parte di quella disciplina che poi diventerà: ju jitsu. Dall'india alla Cina la via è breve. Almeno non in termini di distanza ma di tempo culturale.

Il passaggio in Cina

Associazioni segrete (le triade), o forse popolari cinesi, hanno favorito la pratica e lo sviluppo tecnico di lotta, al fine di preservare il dominio temporale (laici e religiosi), trasformando gli adepti in servi pronti alla morte per difendere le regole dell'associazione e della scuola. Si possono collegare le tecniche di schivate, e d'attacco di queste scuole a quelle che noi indichiamo come forme di ju jitsu. Numerose leggende asiatiche riportano queste origine.

La leggenda cinese

Nel periodo delle dinastie Han (206-220 a.C.) viveva un uomo piccolo di nome Li Te Feng, che veniva aggredito da un certo Ian Tzi, un gigantesco brigante. Dovendo attraversare un fiume, passando da una specie di passerella formata da travi non fissate Li Te Feng trova la via sbarrata e deve forzatamente difendersi da colosso. Con la sua agilità salta completamente l'alta sagoma dell'avversario e piomba sulla passerella che, agendo da catapulta scaraventa Ian Tzi nella palude. La leggenda colloca Li Te Feng, come, un uomo di estrema intelligenza e razionalità che applicata nel combattimento garantisce la propria sopravvivenza.

La nascita in Giappone

Provenienza incontestabile delju jitsu dal Giappone quale parte integrante e misteriosa della civiltà nipponica. La certezza delle origini del ju jitsu, conduce obbligatoriamente alla letteratura giapponese dove vecchi cronisti di oltre due millenni riportano brani o tracce. Nell'ambito della tradizione anche se caratterizzate da una serie di contraddizioni, il jujitsu e il judo poi continuano a scrivere mitologie. La prima origine del ju jitsu viene attribuita nel medioevo giapponese (secolo XII e prima) come "arte delle cedevolezza" o "dolce", valutando il concetto dell'uso della forza dell'avversario senza contrastarlo. Nel periodo Kamakura (1185-1333), nel quadro degli editti che vedevano i busbi, guerrieri, disarmati s'intravedono esempi di lotte a mani nude. Il fondamento di queste tecniche era segretissimo, in quanto si attingeva a un bagaglio di perfezione per la propria sopravvivenza. L'insegnamento era riservato a pochi membri la cui trasgressione alle precise regole portava alla morte. I successi ottenuti dei samurai e del loro modo di combattere mise in fermento i mongoli che conquistavano l'Europa con le orde Gengis Khan — Temucin il conquistatore—, e che si rivolgevano alla Corea per poi infrangere il Giappone. Grazie al Kamikaze “vento divino “ il nome dato al tifone che distrusse miracolosamente la flotta di kubilaikan , il mito dei samurai rimase invincibile. Nei primi anni del 1200, i riflessi dei contatti con i mongoli influenzano anche i giapponesi. I busbi, appartenevano alle caste nobili che seguivano le regole del codice d'onore (bushido), adotteranno nuove strategie. Essi normalmente usavano katana (spada), yari (lancia), naginata (alabarda), kyu jutsu (arco) e la lotta (ba jutsu, kyuba no michi), tai jitsu. Questo modo di combattere viene chiamato kumiuchi e yawara e viene apliamente descritto nei XIII secolo nel Kojaku Monogatari, dove si riscontrano numerosi ryu (scuole): iva jutsu, hakuda, shobaku, kegushoku, kito, terada, tenshin shinyo, teibo san, muso chokushin, isei jitoku. Nel primi anni del periodo storico di Ten Mon (1532/1534) Takenouchi Chumataku, introdusse delle tecniche di lotta con regole stabili, con duelli individuali camuffati, per distrarre il popolo. Esperti si sfidavano con inverosimili ardore, arrivando anche alla morte di molti concorrenti. Da queste lotte pubbliche nell'area, che attiravano numerosi spettatori, il popolo elevava i vincitori a grande prestigio. Così i samurai abituati a uccidere l'avversario in battaglia o nei duelli, trovavano interessante questa "regole" e pur non essendo dei lottatori ma dei ferventi cultori buddisti, taoisi, scintoisti e confuciani si adeguarono. Attorno al 1600 quando lo shugun con estrema autorità, sotto l'influenza dei frati francescani, abroga i duelli con le armi e apre alle occidentalizzazioni il combattimento a mani nude che entra a far parte del nuovo Budo, la via del “guerriero”.

Chin Gen Pio il cinese

Attorno all'anno 1600 quando, su insistenza del daimyo (principe), venne abrogato l'uso di portare le armi anche il harakiri (suicidio) perdeva d'importanza. Molti metodi di combattimento di autodifesa senza armi (in special modo nuovi stili di ju jitsu) presero a fiorire sotto l'impulso di tecniche prese dal bagagliaio cinese. Si racconta che un gruppo di ronin — samurai senza padroni — normalmente armati di katana e wakizashi (che indicavano il loro rango) si imbatteranno in un cinese chiamato Chin Gen Pin (1659-1670) o Gin Gem Bin e anche Chin Yuan Pin), un emigrato che viveva da molti anni a Edo (Tokio). I tre ronin, Hishirouemon Fukuno, Irozaiemon Isami e Yusiemon Miura rimaserono affascinati dalle tecniche di Chin Gen Pin e animati da una nuova volontà diedero vita alle loro scuole di lotta: Fukuno la chiamò Ryoi-shinto (shorin ryu) e Miura kito jutsu (kito ryu). Monti ritengono anche che il jujitsu sia appartenuto alle scuole di ninjut-su proprio la scelta e l'uso di certe armi improprie come kama (falcetti) kusari gama (falce con catena), eccetera.

Sumo nati per combattere

Prima di conoscere le varie terminologie di ju jitsu o judo, l'interpretazione cosiddetta sportiva, ci si rifa alla leggenda del sumo (lotta). Non c'è ragione di dubitare che il sumo sia uno sport con ampia componenti religiose, originario del Giappone. Tuttavia è probabile che la prima forma di lotta giapponese fosse soggetta all'influenza di diversi stili di lotta proprie del continente asiatico. Una delle più antiche forme di lotta cinese era chiamata jiao-li, che significa letteralmente "potere delle corna". In questi combattimenti, i lottatori indossavano delle maschere provviste di corna con le quali cercavano di sottomettere l'avversario, in una cerimonia che si svolgeva durante le feste rurali. Il popolo della dinastia Chou seguiva un primitivo ma complesso sistema di venerazione della natura in cui gli animali avevano un ruolo preminente. Il collegamento che unisce sport e rito appare evidente anche nelle prime forme di lotta giapponese e non necessariamente come conseguenza dell'influenza cinese. In Giappone il sumo era, ed è tuttora, strettamente connesso allo shinto, di solito tradotto come "la via dei kami". Lo shinto è primitivo sistema giapponese di adorazione della natura, che presuppone l'esistenza di una moltitudine di kami, o divinità, residenti o comunque legati a ogni oggetto, animato o inanimato. I kami venivano placati attraverso atti rituali di purificazione o vere e proprie cerimonie, che dovevano essere perciò considerati essenziali ai fini di annettere una relazione armonica tra l'uomo e la natura. Nel primo volume del Kojiki (cronaca degli avvenimenti antichi) scritta nel periodo del 712 a.C. si narra che un giapponese di nome Tatemi Kazuchi batté Ina, divenendo Izumo; suo figlio Okuni Nishi No Kami fu il primo menzionato come campione del Giappone. II primo vero combattimento di sumo, di cui si abbia una testimonianza accertata, fu un avvenimento banale che si svolse per ordine dell'imperatore Suinin nel 23 a.C. Questo scontro vide fronteggiarsi il formidabile lottatore Taimano Kehaya che si diceva superasse abbondantemente i due metri di altezza a Sukune. Sukune assestò a Kehaya un potente calcio ben piazzato che gli spezzò le costole e lo uccise sul colpo. Le proprietà del perdente passarono a Sukune che ottenne un posto ragguardevole al seguito all'imperatore. Da questa disciplina gli stili di ju jitsu presero delle tecniche di proiezione: seoi-nage e kata guruma (la grande ruota). Altre leggende raccontano performance incredibili sulla incredibile forza degli antichi sumotori. Nel periodo di Kamakura (secolo XII) il sunto divenne un metodo di allenamento alla lotta, un pò come i gladiatori romani. Veniva favorita per allenare le truppe militari e da questa base il sumo sicuramente si trasformò in ju jitsu. Fu dopo la guerra civile, e sotto la dittatura militare dello shogun (periodo Edo 1600-1868) che si trasformarono le sette del Giappone e la casta militare, bushi (bu=guerriero, shi nobili) portarono il sumo a un livello qualitativo e con connotati più sportivi. Il sumo, a cui ora prendevano parte solo colossi di quasi 200 chili, si trasforma in spettacolo di lotta, cui la forza fisica mal si ripone nel concetto di ju jitsu. I lottatori di sumo, vengono chiamati rikishi (forte guerriero) — anticamente provenivano dalle file di samurai — temine che risale al XVIII secolo. Sumotori indica gli appartenenti a divisioni minori. Dopo la guerra entrarono nelle file dei riki-ski anche atleti non giapponesi: il primo fu un coreano, nato in Giappone, Rikidozan (1950). Il più pesante di tutti fu Kinishiki (224 chili), originario dalle isole Hawaii vero nome Solevaa Atisanoe.

Il "forte guerriero" samurai

Lotta interne, per la supremazie dei vari clan connessi ai daimyo (principi) porteranno nel secolo XII-XVII alla nascita dell'ordine militare cavalleresco dei samurai. Guerrieri indomiti con o senza armatura, raggiunsero la leggenda come "soldati invincibili" anche a mani nude durante il periodo Eisho (1505-1520). I samurai erano la casta dei bushi e seguivano un loro codice d'onore il bushi-do (che si rifaceva ai concetti del confucianesimo), secondo le regole del loro daimyo (signore). Un samurai che perdeva il suo rango e il suo signore, diveniva un ronin, figura leggendaria ed epica nel ricordo dei 47 ronin (ri presa nel film Harakiri). Chi rompeva il codice d'onore (bushido), poteva riscattare il proprio nome e quello del proprio signore con il seppuku (suicidio rituale). Il cui rituale seppuku samurai poteva finire con il grido "Nihon Banzai" (mille anni per il Giappone). La decadenza del ruolo dei samurai sotto il periodo Meiji e il divieto dei duelli con le armi portò a un nuovo concetto del combattimento a mani nude. In Giappone le vecchie scuole, si trasformarono dando vita a nuovi stili di ju jitsu impregnati di tecniche dei bushi. Queste scuole andavano sotto vari nomi: yawara, gawasa, torite, kogashoku, kumiuchi, shobaku, taijitsu, hakudo, kempo (o ken-po), eccetera. Esse avevano un comune denominatore, uccidere l'avversario. Molte scuole avevano incorporato tecniche provenienti dal karaté di Okinawa, gli atemi waza, ma tutte includevano lo studio dei punti vitali, kyusho, al fine di immobilizzare o distogliere la forza dell'avversario.

la via del guerriero il bushido
Le 7 regole
GI – una sola via
YU - coraggio
REI - comportamento etico-morale
JIN - bontà universale
MAKOTO – sincerità
MELYO - onorare
CHUGI - devozione

La nuova religione, che fu detta bushido (la via del guerriero), si può chiamare un'esasperazione sciovinista dello shinto, nella quale non furono assenti elementi di origine buddista. La base della nuova religione era il culto dell'imperatore e dei suoi antenati, gli dei del Paese: egli era superiore a qualsiasi monarca della terra e l'arcipelago sovrastava con la sua ascendenza divina le altre nazioni. All'imperatore si doveva perciò assoluta obbedienza, onore sacro e riverenza infinita, concetti che contrastavano con i precedenti secoli nei quali la corte era un fatto essenzialmente civile. Se è vero che questo aspetto forse più conosciuto dello shinto, si deve ricordare tuttavia che ne è soltanto un'evoluzione, anzi degenerazione che ha portato parallelamente a altri fanatismi politici in Europa, al più acceso sciovinismo; talvolta all'esterofilia, fino a raggiungere tragiche conseguenze. Nel dopo guerra si assiste a una ramificazione delle credenze scintoiste-. da un lato ripresero vigore nella campagne le sette shinto di tipo naturalistico assopite nella tempeste del grande shinto nazionale e guerriero, d'altro lato quest'ultimo si ritirò nell'ombra e assunse le forme del fanatismo da congiura più estrmista. Lo shinto non è morto nel Giappone attuale, nel suo carattere più intimo, vitale e positivo di semplice filosofia della natura e sentimento razziale: non solo l'imperatore, ma anche il primo ministro qualunque sia la sua tendenza e la sua mentalità o, persino la sua religione, annuncerà ogni avvenimento importante della nazionale ai divini antenati del Paese che risiedono ad Ise nel centro del Giappone, in una rustica capanna di gusto polinesiano. E la notte di capodanno non mancherà, davanti alle porta del palazzo imperiale, una piccola folla muta e assorta a pregare per la prosperità del Tenno che non è più, dopo la disfatta, il dio capo dell’armata; ma rimane sempre la vivente e sacra dimostrazione della divinità del suo popolo, discendente di dei. L'unità razziale rimane uno dei capisaldi della concezione shintoista e sarà forse più comprensibile ai lettori occidentali se, come suggeriva Hearn, si penserà alla gens romana, intesa come grande famiglia carnalmente vincolata. La vena più profonda dello shinto rimane la comunicazione con la natura; il senso dell'interrotta continuità dei due mondi che infiamma e cerimonie, ispira alle purificazioni (base ritualismo), l'architettura dei templi primitiva, essenziale, si esprime nell'offerta di fiori e frutta e nell'assenza del concetto di sacrificio, che è considerato innaturale e contrario al ritmo dell'esistenza. Danze orgiastiche, riti fallici ne sono l'aspetto più vibrante e felice mentre un commosso gusto della natura, una sensibilità o meglio emotività, di fronte ai fenomeni più quotidiani ne costituiscono l'abito usuale e composto.

Ju jltsu in Europa

Il tedesco Albrecht Durer, fa riferimento a una sorta di tecniche di ju jitsu che le armate germaniche (Jandsk-necht o lanzichenetti) praticavano già nel periodo medioevale. Riteniamo invece che tali concezioni non fossero altra che una logica ricerca di tutti le classi militari europee e asiatiche per potenziare la forma fisica dei soldati. Solo all'inizio di questo secolo l'influenza giapponese penetra nella vecchia Europa. La prima influenza è di fatto l'arte, la pittura francese viene influenzata dalle stampe giapponesi. Mentre i primi marinai tedeschi che visitano il Giappone convengono sull'importanza di alcune strategie delle loro arti marziali. Le diverse linee politiche dell'Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Spagna e degli Stati Uniti portano a una apertura globale alle strategie dello studio sulla distanza, ma- ai e dei colpi, atemi wa za. Diciamo che in Europa, l’arte marziale giapponese approda nel 1920 tramite il rapporto diplomatico delle ambasciate.


L'Evoluzione in terra carioca

Gracie, un nome che ha fatto e farà storia, la grande rivelazione marziale degli anni '90! Gracie è il nome, dall'origine scozzese, di una famiglia di grandi lottatori brasiliani, giunti negli ultimi anni agli onori delle cronache sportive mondiali insieme al loro stile di jiu jitsu (si è instaurata la convenzione di dare il nome jiu jitsu alla derivazione brasiliana dell'arte giapponese). Un nome indissolubilmente legato a schiaccianti vittorie conseguite nelle varie gare di combattimento estremo. Naturalmente, nel mondo delle arti marziali e non solo sono sempre esistite sfide e confronti che si risolvevano in feroci combattimenti; tuttavia, le gare di "free fight'' da qualche anno tanto in voga, come Ultimate figthing championships (Ufc), Vale tudo, Cage fighting, in gran parte derivano proprio da quei Vale tudo che già molti anni prima si svolgevano in Brasile. Ancora oggi, in questo paese, capita di frequente che si approntino sul momento piccoli incontri di Vale tudo tra esponenti di scuole diverse che si sfidano. I praticanti che in quel momento si trovano nella palestra sede del combattimento, si dispongono a cerchio ed ecco che il Vale tudo "casalingo" è fatto. Finché un giorno l'idea uscì da quel paese variopinto e sovente ancor selvaggio per approdare nella patria dell'innovazione, gli Stati Uniti; e da lì nel mondo. Queste gare non saranno il massimo della sobrietà o dell'eleganza, ma i loro detrattori non si limitano a critiche di ordine estetico morale; molti di essi, infatti, tengono a sottolineare la differenza tra un combattimento reale come si suol dire, da strada — e una di queste gare, definite senza regole ("no rules"), mentre le poche regole di sicurezza che presentano farebbero una differenza determinante. E' una vecchia problematica, che giunse agli onori della cronaca in occasione di una schiacciante vittoria di un gruppo di thai boxer thailandesi su combattenti di uno stile di kung fu di Hong Kong. Quest'ultimi, infatti, addussero a motivo della sconfitta l'obbligo di usare guantoni e di combattere secondo le regole della muay thai. Senza dubbio, anche nei "free fight" attuali, regole come la proibizione di colpire occhi, genitali, nuca o, in alcuni regolamenti, l'articolazione del ginocchio, oltre a salvare (per fortuna) quel poco di apparenza di civiltà che si può attribuire a queste gare, fanno una certa differenza con uno scontro all'ultimo sangue. Il fatto è che anche la boxe è uno sport, pieno di regole e limitazioni, però un pugile professionista allena la propria mente,il proprio corpo e le proprie tecniche in maniera tanto intensa e raffinata che anche in strada, senza regole di sorta, si rivela un combattente assai temibile. Lo stesso vale per il brazilian jiu jitsu (Bjj): non bisognerebbe dimenticare la durezza e la ferocia di queste gare, per cui i lottatori che vi partecipano sono assai avvezzi alla violenza, sia inflitta che subita. Per partecipare a questi eventi ci vogliono prima di tutto una mentalità e una personalità adatte ("Questo per me non è solo sport, questo è la mia vita, la mia tradizione, il mio onore... Io combatto per onorare la mia famiglia, mio padre"; "Mi arrendo a Dio, e sono pronto a morire o uccidere". Rickson Gracie). Per partecipare può bastare questo e un fisico dotato, per natura e/o per allenamento. Infatti, come sempre, dietro al fenomeno "free fight" non c'è solo il metodo, ma anche il combattente. Questo vale per i Gracie, per i loro parenti Machado e per tutti gli atleti che combattono nei "free fight", che siano o meno allievi dei primi. Dunque, togliendo loro chili di muscoli e dosi di aggressività ben incanalata, e lasciandogli solo la tecnica, la loro devastante potenza si ridurrebbe? In alcuni casi probabilmente sì, ma non certo nel caso del brazilian jiu jitsu. Mentalità e fisico dotato possono bastare per partecipare, ma non per vincere. A elevare almeno un poco il "free fight" sopra la squallida rissa, infatti, c'è il fattore tecnico: se partecipano alle gare solo persone con determinate caratteristiche, allora vince chi ha la tecnica migliore, chi combatte meglio; supponendo cioè qualità psicofisiche di base analoghe per tutti, vince la tecnica. E sta proprio qui la gloria del Gracie jiu jitsu: da decenni i suoi lottatori vincono in gare "free fight" brasiliane e continuano a vincere nelle gare internazionali attuali grazie alla tecnica e allo spirito che aleggia nelle loro scuole. Benché i loro avversari si facciano sempre più attenti ed esperiti (a parte casi in cui gli organizzatori ingaggiano combattenti meno preparati perché costano di meno). Nello sport, infatti, il progresso sociale sostiene quello delle prestazioni atletiche e lo stesso vale per i combattimenti estremi: si osservano gli avversari e le gare precedenti, che ormai cominciano a raggiungere un numero discreto, quindi si elaborano strategie vincenti. E oggi, non a caso, gli uomini da battere sono soprattutto quelli del brazlian jiu jitsu. La conseguenza, come logico e giusto, è che, dopo aver vinto con perizia molti incontri, negli ultimi tempi i jiu jitsuka non hanno più gioco tanto facile. Schiere di combattenti di altri sistemi di lotta, quali luta livre (versione brasiliana della lotta libera), sambo russo, shootfi-ghting giapponese il successo dei quali ha seguito a ruota quello del jiu jitsu aspirano a raggiungere la fama sconfiggendo chi combatte nel nome dei Gracie. Alle prime gare partecipavano anche esponenti di stili che privilegiano i colpi, ma a poco a poco, anche a causa degli scarsi risultati, tale partecipazione è andata scemando: tra questi stili emerge la thai boxe (del resto i combattimenti nei piccoli e grandi stadi thailandesi non sono meno violenti di queste gare, pur prevedendo i guantoni); e poi il karaté, il taekwondo, la boxe. Questo fatto ha richiamato prepotentemente l’attenzione di tutto il mondo marziale sulle arti di lotta corpo a corpo. Era forse dal tempo dell'introduzione in occidente del judo che tale valore non veniva riconosciuto a tali arti. Parlare in questi termini di un'arte marziale è di per sé assai riduttivo, perché la marcata prevalenza di tecniche di percussione o viceversa di lotta corpo a corpo, è sintomo di depauperamento dell'arte stessa, di decadimento della ricchezza originaria. Perché l'arte marziale completa dovrebbe contemplare tutte le possibilità del combattimento. Infatti prima che, in tempi recenti, le arti marziali a mani nude si specializzassero nei colpi o nella lotta, anche nel ju jitsu giapponese esisteva un sistema di colpi raffinato e micidiale. Ecco perché molti "tradizionalisti" non riconoscono affatto al jiu jitsu brasiliano maggior completezza o efficacia rispetto al ju jitsu tradizionale. Non si può tuttavia negare che l'evoluzione a cui lo stile giapponese è andato incontro in terra carioca sia di grande funzionalità. Niente teorie astratte: i Gracie e loro accoliti non sbandierano cinture'e titoli, "ma dimostrano sul campo il loro valore e quello del loro stile. Certo, è altrettanto noto che qualunque combattente di "free fi¬ght" proveniente da sistemi di lotta deve sapere anche colpire e il condizionamento fisico a cui essi si sono sottoposti conferisce potenza temibile ai loro colpi. Ma qual è il rapporto tra il jiu jitsu brasiliano e il ju jit su tradizionale giapponese? La storia riconosciuta investe dell'importante ruolo di tratto d'unione tra Sol Levante e Brasile un nobile giapponese di nome Maeda Mitsuyo, giovane campione del judo Kodokan di Kano Jigoro. Maeda lasciò il Giappone nel 1904 e viaggiò a lungo in America e in Europa, finché un decennio dopo si stabilì in Brasile. Si dice che questo giapponese, a cui fu affibbiato il soprannome Conte Koma, abbia sostenuto più di 2000 combattimenti, prima di scegliere un allievo a cui trasmettere la sua arte. La sua scelta cadde sui giovani della famiglia Gracie. Anche all'interno della famiglia stessa vi sono opinioni discordanti su chi, tra Carlos e suo fratello Helio, sia stato l'iniziatore del brazilian jiu jitsu (il famoso figlio di Carlos, Carlson, sostiene che Komainsegnò a suo padre e questi a Helio). Comunque sia, il conte Koma era un grande combattente e dovette donare conoscenze preziose ai suoi allievi latino-americani. I quali, a quanto pare, seppero apportare allo stile le modifiche che l'hanno reso famoso. Inoltre, fu Helio che sembrò ereditare l'atteggiamento di Maeda e parecchi decenni orsono si mise a sfidare chiunque, di qualunque stile; ne uscì sempre vincitore, a parte, sembra, in due incontri: il primo, pienamente riconosciuto, contro un suo allievo di 30 chili più pesante, Valdemar Santana (poi battuto da un appena diciottenne Carlson); i due combatterono per quattro ore. La seconda sconfitta, meno famosa, sembra sia stata inflitta a Helio nel 1951, dal campione di judo Kimura Masahiko, che vinse per ko tecnico in seguito alla rottura del braccio avversario. Le arti marziali sono un grande contenitore nel quale convivono aspetti diversi, in qualche caso ouasi antitetici; ma si tratta solo dei vari aspetti di una stessa realtà, che dimostra come all'oriente sia del tutto estranea la filosofia dicotomica che domina l'occidente. Rimane da chiedersi in cosa si differenzi il jiu jitsu brasiliano dal ju jitsu giapponese e non è facile fare un confronto in termini generali. Il ju jitsu più tradizionale, spesso ancor prima che l'arte giapponese del combattimento a mani nude assumesse questo nome, prevede anche un gran numero di tecniche da usare contro avversari in armatura, oppure armati delle armi classiche dei guerrieri giapponesi, come spade, lance o bastoni. Per esempio, esso è ricco di tecniche di leva ai polsi, da utilizzare per disarmare l'avversario che impugnava un'arma o per impedire che questi estraesse la sua spada. Il jiu jitsu brasiliano, invece, della difesa da spada non sa che farsene, perché i suoi esponenti pensano di avere esigenze diverse. Cambiamenti di questo tipo si basano spesso sulla realtà sottostante, a cui deve adattarsi bene un sistema di combattimento che nella realtà stessa voglia funzionare. In alcuni casi, anche in Giappone stili di ju jitsu nati in epoca di pace risultano meno efficaci di altri che furono fondati e messi alla prova in periodi turbolenti. In modo analogo, i sobborghi di Bangkok o i ghetti di Harlem del passato hanno creato combattenti dalla grinta formidabile. Anche la realtà sociale delle città brasiliane è molto violenta: per esempio la povertà e il degrado delle favelas alle porte di città come Rio de Janeiro è fonte di una piccola criminalità assai diffusa, con bande di bambini in età scolare che seminano il terrore con le loro aggressioni violentissime. Fino a poco tempo fa non era raro vedere queste bande calare sulle spiagge turistiche dalle catapecchie collinari alle spalle della città; esse aggredivano furiosamente i malcapitati e li derubavano. Una testimonianza significativa viene dalla voce dello stesso Rickson Gracie: in un paese come il Brasile ci sono più combattimenti e le persone hanno una natura aggressiva... Devi difendere te stesso costantemente. Spesso non puoi fare affidamento sulla legge; devi cavartela da solo... In Brasile, se non sai difenderti hai un problema ". Questo è l'ambiente in cui è nato e cresciuto il Bjj. La tradizione j.j.b. è basato sul concetto della ricerca empirica e pragmatica. Il vero praticante di j.j.b. quasi sempre ha preferito approfondire le sue conoscenze sull’arte a difesa personale , provando le sue teorie nelle circostanze più rigorose. Per dirlo più chiaramente la storia ,il segreto e la tecnica del j.j.b. hanno sempre avuto una solida base di esperienze pratiche. Adesso e sempre il j.j.b. è un arte dedicata esclusivamente allo sviluppo dell’ efficacia nel combattimento corpo a corpo. La famiglia Gracie l’ ha capito sin dall’ inizio e ha quindi deciso di rimanere fedele alla vera essenza di ciò che ha reso il j.j.b. l’ arte mortale che è oggigiorno.

Desrizione tecnica

La concezione strategica del j.j.b concepita dalla famiglia Gracie prevede tre distanze di combattimento: una lunga una breve e una a contatto di corpo, da cui derivano le divisioni tecniche, come chiudere la misura e controllare l'avversario, proiezione che prevedono una preparazione di squilibrio, o comunque di rottura della posizione stabile dell' avversario prima del contatto e del vero corpo a corpo corrispondente alla nostra nozione elementare di lotta. Il jiu jitsu brasiliano pone molta enfasi sulle posizioni a terra e sul controllo dell' avversario al suolo, vengono quindi poi esaminate una vasta serie di tecniche di attacco e di difesa applicabili nelle varie posizioni dagli atleti.
Tra le posizioni di base che vengono inizialmente esaminate abbiamo:
• la posizione di Guardia: chi applica la guardia è sotto, ovvero schiena a terra, con le gambe che legano il busto dell'avversario (che è nella guardia del primo atleta);
• la monta trasversale o cruzada: è una posizione con i due atleti a terra a formare una croce, uno sopra l'altro, petto contro petto;
• la monta superiore o montada: un atleta è seduto sopra l'atro, sull'addome, con le gambe ai lati del busto con le ginocchia a terra;
• la monta posteriore o Back mount: un atleta e sdraiato pancia a terra mentre l'altro è seduto sopra il primo con i piedi che uncinano la parte interna delle cosce dell'avversario.
Le tecniche insegnate servono:
per cambiare e migliorare la posizione durante il combattimento passando da una all'altra;
per uscire dalle diverse posizioni;
per sottomettere l'avversario portandolo alla resa (leve, chiavi, strangolamenti);
per uscire dalle tecniche di sottomissione.
Le cinture usate per i gradi partono dalla bianca e proseguono con la blu, la viola, la marrone e la nera; di solito servono 2-3 anni di allenamento per il passaggio da una cintura all'altra. Solitamente non si svolgono degli esami formali di passaggio di grado, il livello viene concesso in base alle capacità reali di applicare il Jiu Jitsu in combattimento: di solito un allievo deve essere in grado di combattere efficacemente con più atleti del grado superiore al suo prima di acquisire il nuovo livello. Le scuole di Brazilian Jiu Jitsu hanno anche programmi di difesa personale da strada a mani nude e contro armi: in tal caso la metodologia è simile a quella del vecchio Ju Jitsu giapponese. Molti atleti del Brazilian Jiu Jitsu si cimentano abitualmente anche nel Vale Tudo, quindi allenano le loro tecniche di lotta senza judogi e spesso aggiungono tecniche provenienti da altri stili (Boxe, Thai Boxe, Lotta libera o greco romana) per completare il bagaglio tecnico.

Regolamento di gara
I lottatori devono indossare un judogi, vietato l'uso di scarpette da lotta.

PUNTI
proiezioni 2 punti
spazzate o ribaltamento della posizione 2 punti
passaggio della guardia 3 punti
ginocchio sullo stomaco 2 punti
montada / back mount 4 punti
ogni posizione deve essere mantenuta per almeno 4 secondi per dare punti
TECNICHE LEGALI:
strangolamenti;
tutti i tipi di leve alle braccia, spalle e polsi;
leve alle gambe;
chiavi alle gambe e caviglie solo oltre la categoria cintura viola.
TECNICHE VIETATE:
heel hook;
chiavi a ginocchio piegato o in torsione;
colpi;
mordere, tirare i capelli, colpire il viso o gli occhi.
DI!RATA INCONTRI:
cintura bianca 5 minuti
cintura blu 6 minuti
cintura viola 7 minuti
cintura marrone 8 minuti
cintura nera 10 minuti
VITTORIA PER:
sottomissione;
punti;
decisione arbitrale;
vantaggio.




| bassanellianivalter@hotmail.it

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